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MOLTO PIU DI UN SEMPLICE PUNTO

Ci sono partite che finiscono con un pareggio ma lasciano nell’aria un’elettricità strana, come se il fischio finale fosse arrivato troppo presto o, al contrario, al culmine di una tensione ormai insostenibile.

Lo scontro all’Allianz Stadium tra Juventus e AC Milan (1-1, giocato il 6 settembre) rientra esattamente in questa categoria. Non è stata una sfida ricca di ricami estetici, ma una battaglia nervosa, tattica e viscerale.

Dal mio punto di vista personale, questo match ha offerto uno specchio fedele dello stato attuale delle due squadre: da una parte un Milan cinico e sfacciato; dall’altra una Juventus che rifiuta di morire anche quando la manovra s’inceppa, aggrappandosi all’anima dei suoi uomini simbolo.

La squadra bianconera continua a mostrare un’identità caratteriale di ferro. Riprendere una partita al 92′ contro un avversario ben organizzato come il Milan non è mai un caso. Tuttavia, a livello di gioco espresso, a mio parere resta più di un campanello d’allarme.

La dipendenza dalle giocate individuali degli esterni (Conceição su tutti) rende la manovra a tratti prevedibile quando le squadre avversarie raddoppiano le marcature. L’ingresso di Gatti e l’assedio finale hanno premiato il cuore, ma per puntare al vertice servirà molta più qualità e fluidità nella gestione dei tempi di gioco.

Il Milan di questa stagione ha dimostrato ancora una volta di saper soffrire e colpire con un cinismo spietato. La mossa di lanciare Cisse nella ripresa si è rivelata vincente, ed è la dimostrazione di come la rosa abbia alternative fresche e imprevedibili.

Il mio giudizio critico verso i rossoneri riguarda però gli ultimi dieci minuti. Abbassare eccessivamente il baricentro e rinunciare completamente a ripartire contro una Juventus sbilanciata è stato un errore concettuale. In partite di questo calibro, difendere l’area di rigore “a oltranza” contro saltatori come Gatti e Bremer è sempre una roulette russa, e il conto alla fine si paga puntualmente.

Il punto finale accontenta e scontenta entrambe. Il Milan torna a casa con l’amaro in bocca per aver assaporato tre punti d’oro a Torino; la Juventus salva la faccia e la striscia positiva, ma sa di dover alzare l’asticella della qualità. Un 1-1 d’altri tempi: ruvido, sofferto e maledettamente reale.

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IL MILAN PIEGA 2-0 IL VENEZIA A SAN SIRO E RESTA A PUNTEGGIO PIENO

Una serata aperta dall’emozione e chiusa con il pragmatico pragmatismo dei tre punti. Venerdì 28 agosto, nella cornice di un San Siro gremito e commosso per il ricordo di Franco Baresi, il Milan ha superato 2-0 il Venezia nella 2ª giornata di Serie A 2026/27. Per i rossoneri si tratta del secondo successo consecutivo in campionato dopo la vittoria all’esordio contro il Torino, mantenendo così la vetta della classifica a punteggio pieno (6 punti).

Non è stata, tuttavia, una passeggiata. Il Venezia dell’ex Giovanni Stroppa ha interpretato la partita con personalità, difendendosi con ordine e spaventando più volte i padroni di casa prima che la maggior caratura tecnica ed il cinismo del Milan sbloccassero l’incontro negli ultimi venti minuti.

Punti di vista e pareri personali

1. Gonçalo Ramos: la differenza tra perdonare ed essere decisivi

Il centravanti portoghese ha vissuto 68 minuti da incubo sul piano della realizzazione, sprecando almeno quattro occasioni limpide che avrebbero potuto innervosire San Siro e complicare irrimediabilmente la serata. Tuttavia, la qualità di un grande attaccante sta nel rimanere mentalmente dentro la partita: al quinto tentativo non ha perdonato. Il gol dell’1-0 è di fondamentale importanza non solo per la classifica, ma per la sua stessa leadership e fiducia nel nuovo scacchiere tattico.

2. L’impatto dei cambi e la gestione della rosa

La partita l’ha cambiata la panchina. L’ingresso di Alexis Saelemaekers al 59′ ha dato un cambio di marcia immediato alla corsia esterna: è suo l’assist illuminante per Ramos ed è sua l’imbucata che ha propiziato l’azione del raddoppio. La capacità di attingere a risorse fresche e tatticamente disciplinate (come Rabiot e Jashari nel finale) dimostra una profondità di rosa indispensabile per ambire ai vertici della Serie A.

3. Il Venezia esce a testa alta, ma servono punti

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Il punteggio di 2-0 penalizza forse eccessivamente la prestazione degli uomini di Stroppa. Il Venezia ha mostrato un’organizzazione tattica invidiabile a San Siro, creando grattacapi alla difesa a tre rossonera nella prima ora di gioco. Resta però il problema dell’inconsistenza negli ultimi 16 metri e l’ingenuità nell’episodio dell’autogol finale. Dopo due sconfitte in due giornate, i veneti dovranno concretizzare maggiormente per muovere una classifica che li vede ancora a zero.

LEGGI ANCHE:Urna di Nyon: Decise le 8 Avversarie del Milan in Europa League 🔴⚫

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Urna di Nyon: Decise le 8 Avversarie del Milan in Europa League 🔴⚫

I sorteggi di Nyon hanno tracciato il cammino dell’AC Milan nella fase a gironi della UEFA Europa League. Inseriti nel nuovo format della League Phase a girone unico, i rossoneri dovranno affrontare otto sfide (quattro in casa e quattro in trasferta) contro un mix di grandi tradizioni europee e trappole tattiche.

 

I rossoneri disputeranno le quattro partite casalinghe a San Siro alternandosi con trasferte impegnative:

Match in Casa (San Siro) 🏟️

  • 🇵🇹 Benfica — Il grande classico del calcio europeo, la sfida di cartello dell’intero girone rossonero.

  • 🇭🇺 Ferencváros — Un avversario solido, reduce dai playoff europei.

    Giornale di Brescia

     

  • 🇬🇧 Sunderland — Un test dall’altissima intensità fisica e dall’impronta britannica.

    Giornale di Brescia

     

  • 🇦🇲 Ararat-Armenia — Un’insidia tattica da non sottovalutare tra le mura amiche.

Match in Trasferta ✈️

  • 🇬🇷 Olympiacos — Trasferta infuocata al Pireo, da sempre uno dei campi più caldi d’Europa.

  • 🇦🇹 Salisburgo — Sfida contro il dinamismo e il pressing alto della scuola Red Bull.

  • 🇬🇧 Bournemouth — Secondo scontro con il calcio della Premier League.

  •      Levski Sofia — Impegno insidioso in terra bulgara per chiudere le sfide fuori casa.

Analisi Tattica e Calendario

Il cammino dell’AC Milan nella competizione prenderà il via a metà settembre:

  1. Il fattore San Siro: Ospitare squadre blasonate come il Benfica permette ai rossoneri di contare sulla spinta di oltre 70.000 tifosi nei big match principali.

  2. L’ostacolo inglese: Le sfide contro Sunderland e Bournemouth rappresentano due banchi di prova fisici fondamentali per valutare la tenuta del Milan contro il ritmo della Premier League.

  3. Obiettivo Top 8: Per evitare i playoff di febbraio e accedere direttamente agli ottavi di finale, l’AC Milan dovrà posizionarsi tra le prime 8 classificate nella graduatoria unica.

Le prime gare si disputeranno il 16 e 17 settembre, dando il via a una corsa europea che si snoderà fino al 28 gennaio con l’ultima giornata del girone.

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BUONA LA PRIMA

Cosa è successo davvero

Gol:
– 0-1 al 52′: Rabiot su assist di Loftus-Cheek
– 0-2 al 64′: Rabiot (seconda rete) su assist di Chukwueze / Cisse secondo i tabellini
– 1-2 al 90+3′: Che Adams per il Toro su assist di Gineitis

È stata una partita da due facce, non come dicono certi siti fake che hanno scritto 2-1 per il Toro. Il risultato ufficiale è 1-2 Milan.

Statistiche che contano:
Possesso 40% Toro – 60% Milan. Tiri totali 6-11, tiri in porta 1-4 per noi, 5 occasioni grandi per il Toro contro 13 nostre. 365 passaggi Toro vs 517 Milan, ma con ancora troppi errori (61 sbagliati loro, 54 noi). Zero gialli per il Toro, 1 per noi.

Milan di Allegri? No, quest’anno in panchina c’è Ruben Amorim all’esordio, come Ignazio Abate per il Toro. Due allenatori alla prima in A.

Le mie impressioni

Bene:
1. Centrocampo ritrovato. Rabiot doppietta è il segnale. Con Loftus-Cheek e Chukwueze che lo cercano, abbiamo verticalizzato bene. Dopo un anno senza Champions, serviva personalità e l’ha portata lui.
2. Controllo. 60% di possesso in trasferta alla prima non è scontato. Abbiamo gestito il secondo tempo senza sbandare fino al 90′.
3. Reazione mentale. L’anno scorso questa la pareggiavamo.

Punti da migliorare – e qui dobbiamo essere onesti:

1. Finalizzazione. 11 tiri, solo 4 in porta. Con 13 occasioni create devi chiuderla 0-3 prima del 70′. Leao e Pulisic non pervenuti nel tabellino.
2. Calo finale. Gol di Adams al 93′ è evitabilissimo. Difesa che si abbassa troppo, 13 rinvii difensivi nostri contro 24 loro vuol dire che abbiamo sofferto nel finale. Con squadre più forti lo paghi.
3. Cross e palla persa. 21 cross tentati, solo 10 riusciti. 21 palle perse. Troppo.
4. Maignan inoperoso. 2 parate del Toro, 0 nostre. Vuol dire che concediamo poco, ma quando concediamo prendiamo gol. Attenzione alle transizioni.

Non faccio 10.000 parole di fumo perché non servono. Questa è stata una vittoria di mestiere, da grande squadra che deve tornare in Champions. Non spettacolare, ma solida.

 

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L’ultimo saluto a un simbolo rossonero: il cordoglio del Milan Club Malpensa

Ci sono notizie che un tifoso non vorrebbe mai leggere, momenti in cui il calcio giocato passa improvvisamente in secondo piano per lasciare spazio soltanto al silenzio, al rispetto e al ricordo. La scomparsa di Baresi lascia un vuoto incolmabile nel cuore di tutti gli appassionati rossoneri e nell’intera comunità sportiva.

Non si tratta soltanto della perdita di un nome legato a doppio filo alla storia del Milan, ma della scomparsa di un punto di riferimento umano e sportivo, capace di incarnare valori come la lealtà, l’attaccamento alla maglia e la leadership silenziosa dentro e fuori dal campo.

Il dolore e la vicinanza del Milan Club Malpensa

In questo momento di profonda tristezza, il Milan Club Malpensa ha voluto far sentire in modo forte e caloroso la propria vicinanza alla famiglia. Con un messaggio pieno di affetto ed emozione, i membri del direttivo e tutti i soci del club si sono stretti attorno ai cari del defunto, ricordando l’impronta indelebile lasciata da una figura così amata.

“Per noi del Milan Club Malpensa non è stato solo un simbolo sportivo, ma un esempio di passione vera e autentica. Oggi perdiamo un pezzo della nostra storia e del nostro cuore rossonero. Ci stringiamo con un forte abbraccio alla famiglia in questo momento di dolore.”

La presenza del club del territorio sottolinea ancora una volta come il tifo rossonero non sia solo una questione di partite e risultati, ma una vera e propria grande famiglia diffusa, capace di unirsi nei momenti di gioia così come in quelli di massima prova.

Un patrimonio di valori che resta

Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo o di seguirne le gesta sa bene quanto la figura di Baresi rappresentasse l’essenza stessa del Milan: la capacità di rialzarsi nei momenti difficili, la classe cristallina e il rispetto per gli avversari.

Il ricordo di quanto fatto e trasmesso non svanirà con la sua scomparsa. Le bandiere del Milan Club Malpensa resteranno idealmente a mezz’asta, ma il suo nome continuerà a vivere nei racconti dei tifosi, nelle serate trascorse a parlare di Milan e nel cuore di chiunque ami questi colori.

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TITOLI DI CODA

Il sipario sulla Serie A 2025/26 si è abbassato lasciando San Siro in un silenzio surreale, rotto soltanto dai canti di festa dei tifosi sardi saliti a Milano. Il verdetto della 38ª e ultima giornata è un durissimo colpo per il Milan di Massimiliano Allegri, sconfitto in casa per 1-2 da un Cagliari coraggioso, organizzato e ormai privo di pressioni.

Questo passo falso costa carissimo ai rossoneri, che falliscono l’aggancio all’obiettivo Champions League proprio all’ultimo respiro, scivolando in UEFA Europa League per la stagione 2026/27. Per il Cagliari di Francesco Pisacane, invece, il successo certifica la conclusione di un campionato straordinario, chiuso a quota 43 punti e impreziosito da un’impresa storica alla “Scala del Calcio”.

La vigilia era stata chiara. L’allenatore rossonero Massimiliano Allegri l’aveva definita “la partita più importante della stagione”. Al Milan servivano i tre punti per blindare il pass nell’Europa che conta. Eppure, nonostante le premesse e l’avvio schiacciante, il piano partita si è sgretolato sotto i colpi di un Cagliari perfetto.

I rossoneri chiudono il campionato a 70 punti, pagando a carissimo prezzo un vistoso calo di rendimento e di energie nelle ultime settimane della stagione. L’esclusione dalla prossima Champions League rappresenta un duro verdetto economico e sportivo. La rosa, che in estate e a gennaio si era arricchita di innesti di spessore internazionale, dovrà ripartire dall’Europa League, ridisegnando probabilmente le proprie strategie di mercato.

 

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SCATTO CHAMPIONS PER ALLEGRI !

Una boccata d’ossigeno purissimo. Non ci sono altri modi per descrivere il successo per 2-1 con cui il Milan di Massimiliano Allegri ha espugnato il Luigi Ferraris di Genova nell’anticipo delle 12:00 di questa trentasettesima e penultima giornata di Serie A. Sotto gli occhi attenti di Gerry Cardinale, arrivato in Liguria per far sentire la propria presenza in un momento di sbandamento identitario e tecnico, i rossoneri si riprendono il terzo posto a pari merito con la Roma, staccando di due lunghezze la Juventus e il Como, e mettendo una seria ipoteca sulla prossima qualificazione in Champions League.

Tuttavia, ridurre la partita di oggi a un mero calcolo algoritmico o al semplice tabellino dei marcatori sarebbe un errore imperdonabile. Genoa-Milan è stata lo specchio fedele di una stagione vissuta sulle montagne russe: contratta, nervosa, interrotta dalle tensioni degli spalti, illuminata da fiammate individuali e, infine, quasi rovinata dalle solite amnesie difensive.

Dal punto di vista del risultato, Max Allegri ha ottenuto esattamente ciò che voleva: tre punti sporchi, pesanti e arrivati soffrendo. Il mio giudizio sul piano tattico, però, resta fortemente scettico. Vedere una rosa qualitativamente superiore come quella del Milan rinunciare totalmente a giocare per i primi 45 minuti, accettando passivamente il ritmo del Genoa, è l’ennesima conferma di un’identità di gioco che fatica a guardare al futuro. Oggi è andata bene perché Amorim ha regalato il rigore e perché Athekame ha pescato il jolly della domenica, ma la gestione del vantaggio – culminata nel gol subito da Vásquez e nei successivi dieci minuti di panico – dimostra che questa squadra soffre di una fragilità emotiva strutturale.

Manca solo un ultimo tassello. Con questa vittoria il Milan sale a 70 punti, mantenendo il muso davanti a Juventus e Como (ferme a 68) a novanta minuti dalla fine del campionato. Il prossimo weekend a San Siro contro il Cagliari basterà non commettere harakiri per festeggiare il pass europeo.

Tuttavia, la dirigenza – oggi rappresentata ai massimi livelli in tribuna – sa perfettamente che questa qualificazione non deve nascondere la polvere sotto il tappeto. Il Milan ha bisogno di ritrovare brillantezza, coraggio e una fluidità di manovra che quest’anno si è vista soltanto a sprazzi. Per oggi, comunque, va bene così: il Diavolo torna a Milano con il bottino pieno e il passaporto per l’Europa più prestigiosa quasi timbrato.

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IL VALZER DEI DESTINI

Il calcio italiano, nella sua infinita capacità di rigenerarsi attraverso il dramma sportivo, ci regala un classico moderno come atto finale (o quasi) della stagione. Milan contro Atalanta non è mai una partita normale. Non lo è per la vicinanza geografica, non lo è per la divergenza filosofica tra le due società, e non lo è certamente quest’anno, con i punti che pesano come macigni di piombo sulle gambe dei ventidue in campo.

Il Contesto: Dove siamo rimasti?

Arriviamo a questa domenica con il fiato corto. Il Milan ha vissuto una stagione di alti vertiginosi e cadute rovinose, un’altalena che ha messo a dura prova la pazienza della Curva Sud. Dall’altra parte, l’Atalanta di Palladino è la solita “macchina da guerra” che sfida le leggi della fisica e della demografia: una provincia che non smette di insegnare calcio all’Europa.

Il Milan è sceso in campo con il piglio di chi vuole azzannare il match. Un baricentro altissimo e un pressing asfissiante hanno messo subito in difficoltà i rossoneri, portando la Dea a sbloccare il risultato nei primi venti minuti. La manovra è apparsa fluida, con i terzini molto coinvolti nella costruzione del gioco e una mediana dinamica.

Tuttavia, come spesso accade in questa stagione, alla prima folata avversaria la difesa ha mostrato crepe inaspettate. Un calo di tensione collettivo ha permesso agli avversari di rientrare in partita, trasformando quella che sembrava una serata in discesa in una battaglia di nervi.

La nota dolente é che nella gestione dei calci piazzati e delle seconde palle al limite dell’area continua a essere il tallone d’Achille. Ieri sera si è percepita nuovamente una mancanza di comunicazione tra i reparti nei momenti di massima pressione.

  • Ecco un’analisi dettagliata della partita del Milan di ieri, una serata che ha lasciato in dote ai tifosi rossoneri un mix di emozioni contrastanti, tra sprazzi di grande calcio e i soliti, cronici dubbi strutturali.


    Il Parere Personale: Una squadra “emotiva”

    Se dovessi commentare il match di ieri con una sola parola, userei “incompiutezza”.

    Siamo a fine campionato e quello che preoccupa non è la qualità dei singoli, ma la tenuta mentale. Ieri ho visto una squadra che “esce” dalla partita troppo facilmente dopo aver subito un episodio o piú sfavorevoli. È un limite caratteriale che il Milan si trascina da mesi: manca quel cinismo “sporco” che permette alle grandi squadre di vincere anche quando non sono brillanti.

    Inoltre, la gestione dei cambi mi è parsa tardiva. In un momento della stagione in cui le energie scarseggiano, rinfrescare il centrocampo dieci minuti prima avrebbe potuto evitare il sofferto finale a cui abbiamo assistito.

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TRA GENIO E SREGOLATEZZA !

Se dovessi descrivere questo Milan con una metafora, direi che è come una supercar con i freni usurati. Può raggiungere velocità incredibili e regalare spettacolo, ma ogni volta che si avvicina a una curva (una partita sporca, un avversario chiuso), rischi il testacoda.

ll problema non è la qualità della rosa, che resta una delle migliori in Italia, ma l’identità difensiva. Non si può pretendere di vincere trofei segnando sempre un gol in più dell’avversario perché la difesa ne concede tre. C’è una sorta di “arroganza tattica” nel voler pressare sempre alti anche quando le gambe non girano, esponendo i difensori a duelli uno-contro-uno che, alla lunga, si perdono.

Questa è un’analisi profonda e viscerale di quella che non è stata solo una sconfitta, ma una vera e propria “Caporetto” tattica e d’identità. Il 2-0 subito oggi dal Sassuolo al Mapei Stadium apre una voragine nel progetto tecnico rossonero, esponendo nervi scoperti che non possono più essere ignorati con la retorica del “lavoro sodo a Milanello”.

Il Milan sceso in campo oggi è parso la brutta copia di se stesso. Contro un Sassuolo organizzato, ma certamente non irresistibile sulla carta, i rossoneri hanno palesato una sconcertante assenza di idee. I gol subiti non sono stati frutto del caso, ma di errori sistemici: una difesa posizionata male e un centrocampo che non ha mai fatto filtro.

Siamo diventati una squadra drammaticamente prevedibile. Il gioco si sviluppa quasi esclusivamente sulla catena di sinistra. Quando gli avversari raddoppiano sistematicamente su Rafa Leão o lo isolano fisicamente, la luce si spegne. Oggi il portoghese è apparso svogliato, quasi infastidito dal dover rincorrere l’avversario, ma la colpa è della struttura: non esiste un “Piano B” che passi per le vie centrali o per una destra più propositiva.

Appena il Sassuolo ha alzato il ritmo, il Milan si è sciolto. Manca un leader carismatico in mezzo al campo capace di chiamare i tempi, di urlare ai compagni di restare compatti. La squadra si allunga, perde le distanze e diventa vulnerabile a ogni minima folata avversaria.

Le sostituzioni odierne sono parse tardive e confuse. Buttare dentro attaccanti ammassandoli nell’area avversaria non significa “attaccare bene”, significa “sperare nel caos”. Il caos, però, premia raramente chi è in svantaggio.

Se devo essere onesto e diretto, come un peer che osserva la situazione dall’esterno, quello che vedo è un Milan sazio. C’è un’aria di appagamento pericolosa che aleggia intorno a molti titolari.

In conclusione, la sconfitta odierna è un fallimento totale: tecnico, tattico e umano. Migliorare non è più un’opzione, è un obbligo morale verso i tifosi che, anche oggi, hanno sostenuto la squadra fino al novantesimo, ricevendo in cambio il nulla cosmico.

 

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QUELLA SENSAZIONE DI INCOMPIUTEZZA

La mattina del 27 aprile 2026. San Siro è ancora avvolto in quella nebbia sottile che sembra conservare l’eco dei cori della sera prima, ma ciò che resta nel cuore e nella testa di chi ha vissuto Milan-Juventus ieri sera è un misto di adrenalina pura, frustrazione tattica e la consapevolezza di aver assistito a uno spartiacque decisivo per questa stagione.

Il ritorno di Massimiliano Allegri sulla panchina rossonera ha certamente portato quella solidità difensiva che mancava, ma ieri sera sono emersi tutti i limiti di una fase offensiva troppo legata all’estro dei singoli.

Senza un centravanti capace di pulire i palloni sporchi e far salire la squadra, il Milan finisce per sbattere contro il muro avversario. Il giropalla è apparso lento, quasi “pigro” in alcuni frangenti.

Nel secondo tempo, quando la Juve ha abbassato il ritmo, il Milan avrebbe dovuto alzare i giri del motore. Invece, si è accontentato di gestire, dando l’impressione di aver smarrito quel cinismo necessario per vincere gli scontri diretti.

La Juve palleggia benissimo, domina il campo e controlla lo spazio, ma ieri è mancata la cattiveria in area di rigore. Troppi ricami, troppi passaggi “belli” ma inutili.

Quando la Juve perde palla, si espone a contropiedi pericolosi. Se ieri il Milan fosse stato più lucido, i bianconeri avrebbero potuto subire un castigo eccessivo per quanto visto in campo.

Senza una punta che detti i tempi della verticalizzazione, il calcio di Spalletti rischia di diventare un meraviglioso esercizio di stile che non porta punti.

Allegri è tornato a fare l’Allegri: ha preparato una partita di contenimento, cercando di togliere aria al palleggio della Juve. Dal mio punto di vista, però, questo Milan ha il dovere di osare di più, specialmente in casa. Giocare “per non prenderle” contro una Juve ancora in costruzione sa di occasione sprecata. Max ha riportato ordine, ma ora serve la scintilla.

Spalletti, d’altro canto, ha cercato di imporre il suo marchio di fabbrica fin dal primo minuto. Vedere la Juve muoversi in sincronia è un piacere per gli occhi, ma Luciano deve capire che Torino non è Napoli e nemmeno la Nazionale: qui il tempo è un lusso che non sempre è concesso. La sua sfida è trasformare questo possesso palla in una macchina da guerra, non in una galleria d’arte.

In conclusione: Ieri abbiamo visto due allenatori straordinari che si sono annullati a vicenda. Allegri ha vinto la battaglia tattica difensiva, Spalletti quella estetica del dominio. Ma nel calcio, alla fine, contano i gol. E ieri, a San Siro, l’unica cosa che è mancata davvero è stata la voglia di rischiare l’errore per trovare la gloria.

Un punto che serve a poco a entrambi, se non a confermare che la strada per la perfezione è ancora molto, molto lunga.

Al di là del tabellino, quello che resta di questo Milan-Juventus è la sensazione di incompiutezza. Entrambe le squadre hanno mostrato di avere le carte in regola per puntare al vertice, ma entrambe sembrano avere paura di fare l’ultimo passo verso la maturità definitiva.

Il Milan ha i lampi dei campioni ma manca di continuità nell’arco del match. La Juventus ha un’organizzazione invidiabile, ma sembra mancare di quel “killer instinct” necessario per chiudere le partite quando l’avversario barcolla.

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