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LA FRITTATA, IL RADDOPPIO E L’INCUBO A SAN SIRO

Stasera, giovedì 5 novembre 2026, il calendario ci ha riservato un appuntamento che sulla carta profumava di storia e tradizione continentale, ma che al triplice fischio di San Siro si è purtroppo tinto di un realismo amaro, freddo e difficile da digerire. Milan-Ferencváros, quarta giornata della fase campionato di questa nuova Europa League, ci ha consegnato un verdetto che scotta: uno 0-2 secco, meritato dagli ungheresi e figlio di una serata stregata, che lascia nei nostri cuori di tifosi un profondo senso di frustrazione e, perché no, la voglia urgente di interrogarci sul percorso della nostra amata squadra.

Mettetevi comodi, versatevi qualcosa di caldo o alzate i bicchieri in alto come facciamo sempre prima di ogni match importante, perché l’analisi che vi propongo in questo lungo e discorsivo editoriale attraversa ogni singolo centimetro di questa notte di coppa. Un’analisi da veri malpensanti rossoneri: critici, feriti, ma mai domi.

Nel primo tempo i rossoneri hanno cercato di tessere la tela, affidandosi alle sgroppate di Hutchinson e agli inserimenti di Cissè (ammonito al 32′), ma la manovra è apparsa lenta, prevedibile, quasi accademica. E il Ferencváros, sornione e ordinato con il suo 4-3-3, chiudeva ogni spazio al centro, ripartendo sistematicamente in velocità e mettendo costantemente in apprensione la nostra linea difensiva, apparsa fin troppo alta e vulnerabile alle verticalizzazioni.

Se la prima frazione si era chiusa sullo 0-0 lasciando aperto ogni scenario, la ripresa ha svoltato immediatamente verso i territori dell’incubo sportivo.

Al 52′ si consuma l’episodio che spezza la partita. Un retropassaggio o una situazione di gestione ordinaria nella trequarti difensiva vede protagonista il nostro giovane estremo difensore Torriani. Il ragazzo controlla il pallone ma, complice un pizzico di tensione e la pressione feroce degli attaccanti avversari, non si avvede dell’arrivo fulmineo di Lenny Joseph.L’attaccante del Ferencváros lo anticipa, gli ruba il tempo e deposita comodamente il pallone nella porta sguarnita. 0-1.Un errore ingenuo, di quelli che in Europa si pagano immediatamente a prezzo pieno.

Amorim prova a correre ai ripari inserendo forze fresche: dentro Pulisic, Mario Gila e Diego Moreira a inizio ripresa,seguiti poco dopo dall’ingresso di Luka Modrić (per dare ordine e carisma) e del giovane Francesco Camarda per dare peso all’attacco.

Il Milan si riversa in avanti alla ricerca disperata del pari, sfiorandolo con un bel diagonale mancino di Hutchinson al 55′ che accarezza il palo. Ma la legge del calcio è spietata: chi sbaglia, paga. Al 66′, nel momento di massimo sforzo offensivo dei rossoneri, il Ferencváros confeziona un contropiede da manuale del calcio. Asse perfetto tra Zachariassen e il solito scatenato Lenny Joseph, che aggira la nostra linea difensiva (rimasta colpevolmente alta) e trafigge nuovamente la porta rossonera. 0-2. Doppietta personale per l’attaccante e San Siro che sprofonda in un silenzio surreale, interrotto solo dai cori festanti dei sostenitori ungheresi giunti a Milano in massa.

Nel finale, il sussulto d’orgoglio vede il Milan tentare il tutto per tutto, agevolato anche dall’espulsione di Bamidele Yusuf al 76′ per rosso diretto (fermato dal VAR). Con l’uomo in più, i rossoneri cingono d’assedio l’area ungherese, ma la mira è imprecisa, la lucidità è ridotta al lumicino e il portiere Dibusz compie un paio di interventi decisivi, blindando un successo storico per la formazione di Budapest.

Fratelli rossoneri, chiudiamo questa lunga analisi notturna con il morale un po’ a terra, è innegabile. Serate come questa bruciano, fanno male, ci tolgono il sonno e ci spingono a discutere animatamente fino a tarda notte. Ma chi vi scrive, e chi vive la passione del Milan Club Malpensa giorno dopo giorno, sa perfettamente che l’amore per questi colori non si misura nei momenti di trionfo, ma soprattutto nelle curve in salita, nelle notti storte e nelle cadute da cui bisogna rialzarsi con orgoglio.

Il passaporto del tifoso milanista prevede scali difficili, turbolenze improvvise e atterraggi d’emergenza come quello di stasera. Ma la rotta finale non cambia: sostenere il Milan, sempre e comunque, pretendendo il massimo impegno da chi scende in campo con il Diavolo sul petto.

Ora stringiamoci forte, archiviamo questa delusione europea e prepariamoci a ricaricare le pile. Il prossimo volo ci porta dritti al campionato.

Sempre, comunque e ovunque, FORZA MILAN!

 

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COME IL MILAN HA IMBRIGLIATO LA DEA

Ci sono sere in cui il calcio smette di essere pura geometria applicata per ritornare a essere ciò che è sempre stato: un grande romanzo popolare, fatto di estasi imprevedibili, cali di tensione inspiegabili e batticuori finali.Milan-Atalanta 3-2 di questa domenica sera a San Siro appartiene di diritto a questa categoria.

Per sessanta minuti abbondanti abbiamo assistito a una delle migliori manifestazioni tattiche e fisiche del Milan della gestione Ruben Amorim. Un Diavolo straripante, organizzato, capace di soffocare la costruzione dell’Atalanta di Maurizio Sarri e di punire ogni singola incertezza nerazzurra. Poi, d’improvviso, la luce si è affievolita, i cambi hanno inceppato la macchina perfetta e la Dea mai domata nonostante le assenze e la serata storta dei suoi singoli principali ha risalito la china sfiorando un incredibile 3-3, sventato solo da un miracolo di puro istinto di Mike Maignan nei minuti di recupero.

Analizzare questa sfida significa dividere la partita in due tronconi netti: l’apoteosi tattica rossonera e il blackout finale che lascia più di un interrogativo ad Amorim, pur regalandogli tre punti d’oro che proiettano il Milan al quarto posto in classifica a quota 15 punti.

I primi 60 minuti sono stati una lezione d’intensità. Amorim ha impostato la gara su ritmi altissimi: Luka Modrić a tirare i fili in regia con classe e compostezza, affiancato da un instancabile Yunus Musah a fare da frangiflutti e incursore, e un Adrien Rabiot semplicemente dominante. Il francese, schierato da mezzala a tutto campo, ha occupato ogni centimetro del terreno di gioco, schermando la difesa e inserendosi con i tempi di un attaccante.

L’Atalanta di Sarri ha sofferto maledettamente l’ampiezza rossonera. A sinistra Diego Moreira ha martellato a ripetizione, facendo passare una serata da incubo prima a Bellanova e poi al giovane Obric, subentrato a un infortunato Kolašinac al 20′.

Al rientro dagli spogliatoi la musica non è cambiata. Al 57′, un altro rigore solare per mano di Kristensen permette a Ramos di ripresentarsi dagli undici metri, ma stavolta Carnesecchi si supera e respinge. Nemmeno il tempo per la Dea di riordinare le idee che dal corner successivo battuto da Modrić, Rabiot svetta e prolunga per Mario Gila, che di testa schiaccia in rete il 3-0. Partita chiusa? Apparentemente sì. Ma il calcio sa essere spietato.

Questa vittoria regala al Milan tre punti fondamentali che rilanciano le ambizioni di alta classifica della gestione Amorim. Per 60 minuti si è visto un calcio moderno, verticale e di alto livello d’intensità.

Tuttavia, il finale di gara deve suonare come un campanello d’allarme. Il Milan non può permettersi di “spegnere l’interruttore” e concedere così tanto campo all’avversario solo perché la gara sembra in cassaforte. Inoltre, la differenza di rendimento e di concentrazione tra i titolari e alcune seconde linee rischia di essere un limite sui lunghi impegni stagionali.

Il Diavolo può sorridere per il risultato e per l’immensa qualità mostrata dai suoi uomini chiave, ma il percorso di crescita passa proprio dall’eliminare questi pericolosi passaggi vuoti.

Che ne pensi della gestione dei cambi di Amorim nel secondo tempo? Pensi che le seconde linee rossonere abbiano solo bisogno di più minutaggio o si tratta di un problema strutturale di rosa?

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LA SENSAZIONE DI UN’OPPORTUNITÀ SPRECATA

Ci sono pareggi che profumano di crescita e pareggi che mettono a nudo tutte le fragilità di una squadra ancora incastrata a metà strada tra le proprie ambizioni e la dura realtà del campo. L’1-1 di oggi al Mapei Stadium tra Sassuolo e Milan appartiene senza dubbio a questa seconda categoria.

Se qualcuno cercava risposte definitive sulla tenuta mentale e tattica dei rossoneri alla 6ª giornata di campionato, la trasferta emiliana ha restituito solo una serie di interrogativi preoccupanti. Una prestazione grigia, a tratti persino indolente, illuminata soltanto da folate estemporanee e subito frustrata dall’incapacità di gestire il vantaggio.

Il match si apre con un Milan privo delle solite geometrie fluide. La difesa a tre iniziale con Gila, Gabbia e Pavlović perde subito uno dei suoi perni: al 18′ Matteo Gabbia è costretto ad abbandonare il terreno di gioco per infortunio, lasciando il posto a Koni De Winter. Un cambio forzato che mina le certezze del pacchetto arretrato e toglie serenità al giro palla rossonero.

Il Sassuolo di Fabio Grosso gioca la sua solita partita accorta: 4-3-3 corto, blocco medio-basso e ripartenze veloci affidate alla rapidità di Armand Laurienté e alle giocate d’esperienza di Domenico Berardi. Il primo tempo scorre su ritmi soporiferi, con il Milan al 56% di possesso palla ma incapace di verticalizzare con pericolosità.

Da un punto di vista strettamente personale, questo Milan non ha ancora la personalità della grande squadra.

Non è ammissibile staccare la spina cinque minuti dopo aver trovato un gol pesantissimo su un campo storicamente ostico. La rete subita da Odenthal al 68′ è un’ingenuità difensiva che in Serie A si paga a caro prezzo.

  1. Assenza di leadership difensiva: L’uscita di Gabbia ha evidenziato una mancanza di comunicazione tra Pavlović e De Winter, spesso presi d’infilata nei tagli centrali.

  2. Attacco a secco di idee: Gonçalo Ramos è rimasto del tutto isolato nell’area avversaria, ben ingabbiato da Ćaleta-Car. Solo 2 tiri nello specchio in 90 minuti per la punta portoghese.

  3. Sassuolo solido e maturo: Nota di merito per il Sassuolo, che ha saputo soffrire nei momenti di pressione e ha punito con cinismo l’unica vera sbavatura della ripresa.

In conclusione, l’1-1 del Mapei Stadium lascia la sensazione di un’opportunità sprecata. Il Sassuolo festeggia un punto d’oro conquistato con orgoglio e disciplina, mentre il Milan dovrà fare un profondo esame di coscienza prima delle prossime uscite stagionali.

 

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L’ARCHITETTURA DI AMORIM E LE CREPE DEL LECCE

Il netto 3-0 maturato sul prato di San Siro tra Milan e Lecce nella 5ª giornata di campionato offre spunti tattici e di riflessione ben più profondi di un semplice successo casalingo. La vittoria spinge i rossoneri a quota 11 punti, a sole due lunghezze dalla vetta, confermando i segnali di crescita della struttura disegnata da Rúben Amorim.

Dal punto di vista dell’impostazione di gioco, la scelta del 3-4-2-1 da parte del tecnico portoghese sta trovando una sua fisionomia sempre più nitida. L’impiego simultaneo di Luka Modrić in cabina di regia e Adrien Rabiot ad aggredire le seconde palle garantisce un palleggio dinamico e costante. La prima rete della gara nasce proprio da questa fluidità: al 14′, un preciso lancio in verticale di Strahinja Pavlović pesca Christian Pulisic, il quale con un controllo orientato di alta scuola supera la linea difensiva pugliese e batte Falcone in uscita.

I salentini, disposti da Eusebio Di Francesco con un 4-3-3 compatto ma rinunciatario, hanno faticato a costruire trame offensive credibili. L’inconsistenza di Štulić e la scarsa incisività degli esterni Pierotti e Monteiro hanno lasciato isolato il reparto avanzato.

Analisi dei Singoli e Punti di Vista

AC Milan: la qualita dei leader

  • Christian Pulisic (Voto 7.5): Tornato titolare dopo un lungo digiuno dal gol, l’americano ha dimostrato quanto la sua verve nell’uno contro uno e nei tagli centrali sia fondamentale per scardinare le difese chiuse.

     

  • Adrien Rabiot (Voto 7): Sostanza, tempi d’inserimento e presenza fisica. Il francese si conferma uno dei centrocampisti più d’impatto del torneo per contributo offensivo.

     

  • Strahinja Pavlović & Mario Gila: Retroguardia quasi mai sollecitata con affanni, capace di guidare la prima impostazione da dietro.

Lecce: troppi passaggi a vuoto in difesa

  • Siebert & Danilo Veiga (Voto 4.5): Una serata difficile per la catena di destra e i centrali leccesi, spesso presi in infilata dal ritmo e dalla tecnica degli attaccanti rossoneri.

  • Antonino Gallo (Voto 6): Tra i pochissimi a salvarsi nel pacchetto arretrato salentino, solido nei duelli diretti su Chukwueze.

 

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NOTTE DI COPPA A SAN SIRO TRA MILAN E BENFICA

Mentre il match è terminato sotto i riflettori di San Siro con i portoghesi avanti nel punteggio grazie alle reti di Dodi Lukébakio e Jakub Kamiński è il momento di analizzare a fondo la sfida, sviscerando l’impostazione tattica scelta dai due tecnici, Rúben Amorim e Marco Silva, e riflettendo su cosa questa squadra debba urgentemente correggere per invertire la rotta in Europa.

La vigilia europea del Milan è stata accompagnata da un misto di attesa e prudenza. Reduce da un avvio di stagione in campionato caratterizzato da pareggi scoppiettanti (1-1 a Torino e 2-2 all’Olimpico contro la Lazio), la formazione di Rúben Amorim si presenta all’appuntamento europeo con la ferma intenzione di imporre il proprio credo tattico, pur operando alcune rotazioni mirate per gestire le fatiche del calendario fitto.

Dall’altra parte, il Benfica guidato da Marco Silva arriva a Milano forte di un inizio di stagione formidabile in Primeira Liga (cinque vittorie e un pareggio). Sorprendentemente, il tecnico portoghese rivoluziona la squadra cambiando nove undicesimi rispetto all’ultimo impegno di campionato.

L’avvio di gara ha immediatamente evidenziato la vivacità degli ospiti, bravi a sfruttare le incertezze strutturali della mediana rossonera. Dopo un paio di avvisaglie firmate da Jhon Durán, il Benfica ha colpito al 15esimo minuto: una ripartenza fulminea rifinita da Dodi Lukébakio, che si è accentrato dalla destra lasciando partire un sinistro a giro millimetrico sul secondo palo, imparabile per Maignan.

Il Milan ha provato a reagire affidandosi alle sgroppate di Hutchinson e agli spunti di Chukwueze, ma la manovra offensiva è apparsa spesso prevedibile e poco fluida nella transizione tra centrocampo e attacco. La sfortuna e le imprecisioni si sono fatte sentire: emblematico l’errore in uscita di Jashari che ha regalato a Sudakov la palla del possibile raddoppio, sventata solo dal palo.

Nella ripresa, il copione si è ripetuto con i lusitani cinici nel trovare il raddoppio al 52′ con Jakub Kamiński, abile a sfruttare un varco nella retroguardia rossonera. I cambi operati da Amorim (dentro Pulisic, Gila, Saelemaekers e successivamente forze fresche) hanno cercato di dare nuova linfa a un Milan chiamato a una reazione d’orgoglio davanti al proprio pubblico.

La notte di San Siro, al di là del punteggio severo maturato contro un ottimo Benfica, rappresenta un importante banco di prova e un forte momento di crescita per il nuovo corso rossonero. La strada tracciata da Rúben Amorim richiede tempo, pazienza e applicazione, ma le indicazioni emerse da questa prima uscita europea ricordano che il margine di errore nel calcio continentale è sottilissimo. Il Milan ha le risorse tecniche e umane per ribaltare le gerarchie del girone, a patto di trasformare le lezioni di questa notte in un’occasione concreta di miglioramento collettivo.

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MOLTO PIU DI UN SEMPLICE PUNTO

Ci sono partite che finiscono con un pareggio ma lasciano nell’aria un’elettricità strana, come se il fischio finale fosse arrivato troppo presto o, al contrario, al culmine di una tensione ormai insostenibile.

Lo scontro all’Allianz Stadium tra Juventus e AC Milan (1-1, giocato il 6 settembre) rientra esattamente in questa categoria. Non è stata una sfida ricca di ricami estetici, ma una battaglia nervosa, tattica e viscerale.

Dal mio punto di vista personale, questo match ha offerto uno specchio fedele dello stato attuale delle due squadre: da una parte un Milan cinico e sfacciato; dall’altra una Juventus che rifiuta di morire anche quando la manovra s’inceppa, aggrappandosi all’anima dei suoi uomini simbolo.

La squadra bianconera continua a mostrare un’identità caratteriale di ferro. Riprendere una partita al 92′ contro un avversario ben organizzato come il Milan non è mai un caso. Tuttavia, a livello di gioco espresso, a mio parere resta più di un campanello d’allarme.

La dipendenza dalle giocate individuali degli esterni (Conceição su tutti) rende la manovra a tratti prevedibile quando le squadre avversarie raddoppiano le marcature. L’ingresso di Gatti e l’assedio finale hanno premiato il cuore, ma per puntare al vertice servirà molta più qualità e fluidità nella gestione dei tempi di gioco.

Il Milan di questa stagione ha dimostrato ancora una volta di saper soffrire e colpire con un cinismo spietato. La mossa di lanciare Cisse nella ripresa si è rivelata vincente, ed è la dimostrazione di come la rosa abbia alternative fresche e imprevedibili.

Il mio giudizio critico verso i rossoneri riguarda però gli ultimi dieci minuti. Abbassare eccessivamente il baricentro e rinunciare completamente a ripartire contro una Juventus sbilanciata è stato un errore concettuale. In partite di questo calibro, difendere l’area di rigore “a oltranza” contro saltatori come Gatti e Bremer è sempre una roulette russa, e il conto alla fine si paga puntualmente.

Il punto finale accontenta e scontenta entrambe. Il Milan torna a casa con l’amaro in bocca per aver assaporato tre punti d’oro a Torino; la Juventus salva la faccia e la striscia positiva, ma sa di dover alzare l’asticella della qualità. Un 1-1 d’altri tempi: ruvido, sofferto e maledettamente reale.

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QUELLA SENSAZIONE DI INCOMPIUTEZZA

La mattina del 27 aprile 2026. San Siro è ancora avvolto in quella nebbia sottile che sembra conservare l’eco dei cori della sera prima, ma ciò che resta nel cuore e nella testa di chi ha vissuto Milan-Juventus ieri sera è un misto di adrenalina pura, frustrazione tattica e la consapevolezza di aver assistito a uno spartiacque decisivo per questa stagione.

Il ritorno di Massimiliano Allegri sulla panchina rossonera ha certamente portato quella solidità difensiva che mancava, ma ieri sera sono emersi tutti i limiti di una fase offensiva troppo legata all’estro dei singoli.

Senza un centravanti capace di pulire i palloni sporchi e far salire la squadra, il Milan finisce per sbattere contro il muro avversario. Il giropalla è apparso lento, quasi “pigro” in alcuni frangenti.

Nel secondo tempo, quando la Juve ha abbassato il ritmo, il Milan avrebbe dovuto alzare i giri del motore. Invece, si è accontentato di gestire, dando l’impressione di aver smarrito quel cinismo necessario per vincere gli scontri diretti.

La Juve palleggia benissimo, domina il campo e controlla lo spazio, ma ieri è mancata la cattiveria in area di rigore. Troppi ricami, troppi passaggi “belli” ma inutili.

Quando la Juve perde palla, si espone a contropiedi pericolosi. Se ieri il Milan fosse stato più lucido, i bianconeri avrebbero potuto subire un castigo eccessivo per quanto visto in campo.

Senza una punta che detti i tempi della verticalizzazione, il calcio di Spalletti rischia di diventare un meraviglioso esercizio di stile che non porta punti.

Allegri è tornato a fare l’Allegri: ha preparato una partita di contenimento, cercando di togliere aria al palleggio della Juve. Dal mio punto di vista, però, questo Milan ha il dovere di osare di più, specialmente in casa. Giocare “per non prenderle” contro una Juve ancora in costruzione sa di occasione sprecata. Max ha riportato ordine, ma ora serve la scintilla.

Spalletti, d’altro canto, ha cercato di imporre il suo marchio di fabbrica fin dal primo minuto. Vedere la Juve muoversi in sincronia è un piacere per gli occhi, ma Luciano deve capire che Torino non è Napoli e nemmeno la Nazionale: qui il tempo è un lusso che non sempre è concesso. La sua sfida è trasformare questo possesso palla in una macchina da guerra, non in una galleria d’arte.

In conclusione: Ieri abbiamo visto due allenatori straordinari che si sono annullati a vicenda. Allegri ha vinto la battaglia tattica difensiva, Spalletti quella estetica del dominio. Ma nel calcio, alla fine, contano i gol. E ieri, a San Siro, l’unica cosa che è mancata davvero è stata la voglia di rischiare l’errore per trovare la gloria.

Un punto che serve a poco a entrambi, se non a confermare che la strada per la perfezione è ancora molto, molto lunga.

Al di là del tabellino, quello che resta di questo Milan-Juventus è la sensazione di incompiutezza. Entrambe le squadre hanno mostrato di avere le carte in regola per puntare al vertice, ma entrambe sembrano avere paura di fare l’ultimo passo verso la maturità definitiva.

Il Milan ha i lampi dei campioni ma manca di continuità nell’arco del match. La Juventus ha un’organizzazione invidiabile, ma sembra mancare di quel “killer instinct” necessario per chiudere le partite quando l’avversario barcolla.

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UNA LOTTA PER IL TRONO DEI “NORMALI”

L’aria di Napoli ha un odore diverso quando il Milan scende al Maradona. È un profumo di elettricità, di storia che si rinnova e, questa volta, di una tensione che tagliava le gambe anche a chi, come me, osservava tutto da casa. Il 6 aprile 2026 non è stata solo una partita di calcio; è stato il momento in cui la Serie A ha ridefinito le sue gerarchie, lasciandoci in dote un 1-0 che peserà come un macigno fino a fine stagione.

Ecco come ho vissuto questa notte di passione, tattica e sorpassi.

Mentre l’Inter di quest’anno sembra correre un campionato a parte, la sfida tra Napoli e Milan era, a tutti gli effetti, la finale per il secondo posto. Arrivavamo a questa 31ª giornata con i rossoneri avanti di un soffio, ma con la sensazione che il “metodo Conte” stesse raggiungendo la sua massima espressione proprio nel momento del bisogno.

Il Maradona era una polveriera. Quell’accoglienza che solo Napoli sa regalare — un misto di amore viscerale e pressione psicologica — ha fatto da cornice a un match che prometteva scintille. E non ha tradito le attese.

Le Scelte Tattiche: Conte vs il Coraggio del Milan

Vedere le formazioni iniziali è stato il primo shock della serata. Antonio Conte ha schierato un Napoli granitico, un 3-4-2-1 che sembrava disegnato con il righello. Ma la vera sorpresa è stata la gestione dei singoli: vedere Kevin De Bruyne(sì, fa ancora strano vederlo in azzurro, ma che meraviglia) e McTominay agire dietro la punta Giovane faceva capire che il Napoli non voleva solo difendersi.

Dall’altra parte, il Milan si è presentato con un 3-5-2 solido, con la qualità di Modrić a dettare i tempi e la coppia Nkunku-Füllkrug davanti. Mi aspettavo un Milan più arrembante, invece ho visto una squadra che nel primo tempo ha giocato con una maturità quasi cinica, provando a spegnere l’entusiasmo del pubblico con un possesso palla ragionato.

LEGGI ANCHE: IL MILAN SCAVALCA, 3-2 CONTRO IL TORINO

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IL MILAN SCAVALCA, 3-2 CONTRO IL TORINO

C’è qualcosa nel Milan di quest’anno che non ti permette mai di staccare gli occhi dallo schermo, nel bene e nel male. Il match di ieri sera contro il Torino di D’Aversa è stato l’ennesima dimostrazione: una partita vibrante, a tratti caotica, ma che alla fine ha premiato la maggiore qualità individuale dei rossoneri, permettendo ad Allegri di scavalcare nuovamente il Napoli in classifica.

Le Mie Impressioni: Cosa ci portiamo a casa?

  • La “Solidità” Creativa di Pavlović: Vederlo segnare dalla distanza fa strano per un difensore centrale, ma Strahinja sta diventando l’anima di questa squadra. È un leader carismatico, anche se quel rigore causato nel finale ci ricorda che deve ancora limare qualche eccesso di irruenza.

  • Il centrocampo dei “Giganti”: La coppia Rabiot-Fofana ieri ha dominato fisicamente. Quando giocano con questa intensità, il Milan sembra avere una marcia in più. In particolare, vedere Rabiot tornare al gol a San Siro è un ottimo segnale per il finale di stagione.

  • L’effetto Allegri: Si vede la mano del tecnico nella gestione dei momenti difficili, ma resta il dubbio sulla gestione del vantaggio. Sul 3-1 la partita doveva essere “morta”, invece il calo di tensione finale ha rischiato di rovinare tutto. È un Milan cinico, ma che gioca pericolosamente con il fuoco.

  • L’eterno Pulisic: Anche quando non segna, Christian è ovunque. Il suo assist per Rabiot è una perla di intelligenza tattica. Senza di lui, la manovra offensiva perderebbe il 50% della sua imprevedibilità.

Il Milan vince e convince a metà, ma i tre punti sono pesantissimi. La rincorsa all’Inter (ora a -5, in attesa del loro match) continua, e la sensazione è che questo gruppo abbia finalmente trovato la quadratura mentale per restare in alto, nonostante qualche brivido di troppo.

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IL DERBY É DEL MILAN: 1-0 A SAN SIRO, INTER A +7

La partita di domenica tra Milan e Inter è terminata con una vittoria per i padroni di casa, che hanno battuto i nerazzurri 1-0 grazie a un gol di Estupiñán al 35′ del primo tempo. Il Milan ha giocato una partita equilibrata, creando diverse occasioni pericolose, ma non è riuscito a concretizzare. L’Inter ha invece mostrato alcuni problemi difensivi, che hanno permesso al Milan di creare diverse occasioni.

Abbiamo mostrato alcuni problemi difensivi, con l’Inter che ha creato diverse occasioni pericolose. La squadra di Massimiliano Allegri ha anche faticato a trovare la giusta ispirazione in attacco, con Leao e Pulisic che non hanno giocato al meglio.

Il Milan deve lavorare sulla sua efficacia in attacco e sulla sua solidità in difesa. La squadra deve anche trovare la giusta ispirazione e la giusta intensità per poter vincere le partite.

Massimiliano Allegri si dimostra ancora una volta capace di fare la differenza e di saper giocare anche in modo diverso, se vuole.Anche perché i nerazzurri di Cristian Chivu sono stati piú che presuntuosi: convinti di poter aspettare un Milan incapace di fargli male, hanno sofferto e poi, quando c’ é stato da attaccare, non sono stati capaci.

Finale agitato negli attimi immediatamente successivi all’episodio di Ricci e a qualche protesta da parte di Pio Esposito e di altri giocatori in campo, ci sarebbe stato un silent check tra Doveri e il VAR Abisso, chiusosi con la conferma della valutazione di campo del direttore di gara. Al termine del match, qualche lamentela da parte della panchina nerazzurra, della quale faceva parte anche l’infortunato Lautaro Martinez, è arrivata sia su questa situazione che sull’entità del recupero per le perdite di tempo da parte del Milan per conservare fino in fondo il risultato di vantaggio.

In sintesi, un derby che ha confermato la capacità del Milan di alzare il livello nelle partite storiche, riducendo le distanze in classifica in un finale di stagione che si preannuncia molto combattuto.

 

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