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Il sipario sulla Serie A 2025/26 si è abbassato lasciando San Siro in un silenzio surreale, rotto soltanto dai canti di festa dei tifosi sardi saliti a Milano. Il verdetto della 38ª e ultima giornata è un durissimo colpo per il Milan di Massimiliano Allegri, sconfitto in casa per 1-2 da un Cagliari coraggioso, organizzato e ormai privo di pressioni.

Questo passo falso costa carissimo ai rossoneri, che falliscono l’aggancio all’obiettivo Champions League proprio all’ultimo respiro, scivolando in UEFA Europa League per la stagione 2026/27. Per il Cagliari di Francesco Pisacane, invece, il successo certifica la conclusione di un campionato straordinario, chiuso a quota 43 punti e impreziosito da un’impresa storica alla “Scala del Calcio”.

La vigilia era stata chiara. L’allenatore rossonero Massimiliano Allegri l’aveva definita “la partita più importante della stagione”. Al Milan servivano i tre punti per blindare il pass nell’Europa che conta. Eppure, nonostante le premesse e l’avvio schiacciante, il piano partita si è sgretolato sotto i colpi di un Cagliari perfetto.

I rossoneri chiudono il campionato a 70 punti, pagando a carissimo prezzo un vistoso calo di rendimento e di energie nelle ultime settimane della stagione. L’esclusione dalla prossima Champions League rappresenta un duro verdetto economico e sportivo. La rosa, che in estate e a gennaio si era arricchita di innesti di spessore internazionale, dovrà ripartire dall’Europa League, ridisegnando probabilmente le proprie strategie di mercato.

 

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SCATTO CHAMPIONS PER ALLEGRI !

Una boccata d’ossigeno purissimo. Non ci sono altri modi per descrivere il successo per 2-1 con cui il Milan di Massimiliano Allegri ha espugnato il Luigi Ferraris di Genova nell’anticipo delle 12:00 di questa trentasettesima e penultima giornata di Serie A. Sotto gli occhi attenti di Gerry Cardinale, arrivato in Liguria per far sentire la propria presenza in un momento di sbandamento identitario e tecnico, i rossoneri si riprendono il terzo posto a pari merito con la Roma, staccando di due lunghezze la Juventus e il Como, e mettendo una seria ipoteca sulla prossima qualificazione in Champions League.

Tuttavia, ridurre la partita di oggi a un mero calcolo algoritmico o al semplice tabellino dei marcatori sarebbe un errore imperdonabile. Genoa-Milan è stata lo specchio fedele di una stagione vissuta sulle montagne russe: contratta, nervosa, interrotta dalle tensioni degli spalti, illuminata da fiammate individuali e, infine, quasi rovinata dalle solite amnesie difensive.

Dal punto di vista del risultato, Max Allegri ha ottenuto esattamente ciò che voleva: tre punti sporchi, pesanti e arrivati soffrendo. Il mio giudizio sul piano tattico, però, resta fortemente scettico. Vedere una rosa qualitativamente superiore come quella del Milan rinunciare totalmente a giocare per i primi 45 minuti, accettando passivamente il ritmo del Genoa, è l’ennesima conferma di un’identità di gioco che fatica a guardare al futuro. Oggi è andata bene perché Amorim ha regalato il rigore e perché Athekame ha pescato il jolly della domenica, ma la gestione del vantaggio – culminata nel gol subito da Vásquez e nei successivi dieci minuti di panico – dimostra che questa squadra soffre di una fragilità emotiva strutturale.

Manca solo un ultimo tassello. Con questa vittoria il Milan sale a 70 punti, mantenendo il muso davanti a Juventus e Como (ferme a 68) a novanta minuti dalla fine del campionato. Il prossimo weekend a San Siro contro il Cagliari basterà non commettere harakiri per festeggiare il pass europeo.

Tuttavia, la dirigenza – oggi rappresentata ai massimi livelli in tribuna – sa perfettamente che questa qualificazione non deve nascondere la polvere sotto il tappeto. Il Milan ha bisogno di ritrovare brillantezza, coraggio e una fluidità di manovra che quest’anno si è vista soltanto a sprazzi. Per oggi, comunque, va bene così: il Diavolo torna a Milano con il bottino pieno e il passaporto per l’Europa più prestigiosa quasi timbrato.

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IL VALZER DEI DESTINI

Il calcio italiano, nella sua infinita capacità di rigenerarsi attraverso il dramma sportivo, ci regala un classico moderno come atto finale (o quasi) della stagione. Milan contro Atalanta non è mai una partita normale. Non lo è per la vicinanza geografica, non lo è per la divergenza filosofica tra le due società, e non lo è certamente quest’anno, con i punti che pesano come macigni di piombo sulle gambe dei ventidue in campo.

Il Contesto: Dove siamo rimasti?

Arriviamo a questa domenica con il fiato corto. Il Milan ha vissuto una stagione di alti vertiginosi e cadute rovinose, un’altalena che ha messo a dura prova la pazienza della Curva Sud. Dall’altra parte, l’Atalanta di Palladino è la solita “macchina da guerra” che sfida le leggi della fisica e della demografia: una provincia che non smette di insegnare calcio all’Europa.

Il Milan è sceso in campo con il piglio di chi vuole azzannare il match. Un baricentro altissimo e un pressing asfissiante hanno messo subito in difficoltà i rossoneri, portando la Dea a sbloccare il risultato nei primi venti minuti. La manovra è apparsa fluida, con i terzini molto coinvolti nella costruzione del gioco e una mediana dinamica.

Tuttavia, come spesso accade in questa stagione, alla prima folata avversaria la difesa ha mostrato crepe inaspettate. Un calo di tensione collettivo ha permesso agli avversari di rientrare in partita, trasformando quella che sembrava una serata in discesa in una battaglia di nervi.

La nota dolente é che nella gestione dei calci piazzati e delle seconde palle al limite dell’area continua a essere il tallone d’Achille. Ieri sera si è percepita nuovamente una mancanza di comunicazione tra i reparti nei momenti di massima pressione.

  • Ecco un’analisi dettagliata della partita del Milan di ieri, una serata che ha lasciato in dote ai tifosi rossoneri un mix di emozioni contrastanti, tra sprazzi di grande calcio e i soliti, cronici dubbi strutturali.


    Il Parere Personale: Una squadra “emotiva”

    Se dovessi commentare il match di ieri con una sola parola, userei “incompiutezza”.

    Siamo a fine campionato e quello che preoccupa non è la qualità dei singoli, ma la tenuta mentale. Ieri ho visto una squadra che “esce” dalla partita troppo facilmente dopo aver subito un episodio o piú sfavorevoli. È un limite caratteriale che il Milan si trascina da mesi: manca quel cinismo “sporco” che permette alle grandi squadre di vincere anche quando non sono brillanti.

    Inoltre, la gestione dei cambi mi è parsa tardiva. In un momento della stagione in cui le energie scarseggiano, rinfrescare il centrocampo dieci minuti prima avrebbe potuto evitare il sofferto finale a cui abbiamo assistito.

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TRA GENIO E SREGOLATEZZA !

Se dovessi descrivere questo Milan con una metafora, direi che è come una supercar con i freni usurati. Può raggiungere velocità incredibili e regalare spettacolo, ma ogni volta che si avvicina a una curva (una partita sporca, un avversario chiuso), rischi il testacoda.

ll problema non è la qualità della rosa, che resta una delle migliori in Italia, ma l’identità difensiva. Non si può pretendere di vincere trofei segnando sempre un gol in più dell’avversario perché la difesa ne concede tre. C’è una sorta di “arroganza tattica” nel voler pressare sempre alti anche quando le gambe non girano, esponendo i difensori a duelli uno-contro-uno che, alla lunga, si perdono.

Questa è un’analisi profonda e viscerale di quella che non è stata solo una sconfitta, ma una vera e propria “Caporetto” tattica e d’identità. Il 2-0 subito oggi dal Sassuolo al Mapei Stadium apre una voragine nel progetto tecnico rossonero, esponendo nervi scoperti che non possono più essere ignorati con la retorica del “lavoro sodo a Milanello”.

Il Milan sceso in campo oggi è parso la brutta copia di se stesso. Contro un Sassuolo organizzato, ma certamente non irresistibile sulla carta, i rossoneri hanno palesato una sconcertante assenza di idee. I gol subiti non sono stati frutto del caso, ma di errori sistemici: una difesa posizionata male e un centrocampo che non ha mai fatto filtro.

Siamo diventati una squadra drammaticamente prevedibile. Il gioco si sviluppa quasi esclusivamente sulla catena di sinistra. Quando gli avversari raddoppiano sistematicamente su Rafa Leão o lo isolano fisicamente, la luce si spegne. Oggi il portoghese è apparso svogliato, quasi infastidito dal dover rincorrere l’avversario, ma la colpa è della struttura: non esiste un “Piano B” che passi per le vie centrali o per una destra più propositiva.

Appena il Sassuolo ha alzato il ritmo, il Milan si è sciolto. Manca un leader carismatico in mezzo al campo capace di chiamare i tempi, di urlare ai compagni di restare compatti. La squadra si allunga, perde le distanze e diventa vulnerabile a ogni minima folata avversaria.

Le sostituzioni odierne sono parse tardive e confuse. Buttare dentro attaccanti ammassandoli nell’area avversaria non significa “attaccare bene”, significa “sperare nel caos”. Il caos, però, premia raramente chi è in svantaggio.

Se devo essere onesto e diretto, come un peer che osserva la situazione dall’esterno, quello che vedo è un Milan sazio. C’è un’aria di appagamento pericolosa che aleggia intorno a molti titolari.

In conclusione, la sconfitta odierna è un fallimento totale: tecnico, tattico e umano. Migliorare non è più un’opzione, è un obbligo morale verso i tifosi che, anche oggi, hanno sostenuto la squadra fino al novantesimo, ricevendo in cambio il nulla cosmico.

 

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QUELLA SENSAZIONE DI INCOMPIUTEZZA

La mattina del 27 aprile 2026. San Siro è ancora avvolto in quella nebbia sottile che sembra conservare l’eco dei cori della sera prima, ma ciò che resta nel cuore e nella testa di chi ha vissuto Milan-Juventus ieri sera è un misto di adrenalina pura, frustrazione tattica e la consapevolezza di aver assistito a uno spartiacque decisivo per questa stagione.

Il ritorno di Massimiliano Allegri sulla panchina rossonera ha certamente portato quella solidità difensiva che mancava, ma ieri sera sono emersi tutti i limiti di una fase offensiva troppo legata all’estro dei singoli.

Senza un centravanti capace di pulire i palloni sporchi e far salire la squadra, il Milan finisce per sbattere contro il muro avversario. Il giropalla è apparso lento, quasi “pigro” in alcuni frangenti.

Nel secondo tempo, quando la Juve ha abbassato il ritmo, il Milan avrebbe dovuto alzare i giri del motore. Invece, si è accontentato di gestire, dando l’impressione di aver smarrito quel cinismo necessario per vincere gli scontri diretti.

La Juve palleggia benissimo, domina il campo e controlla lo spazio, ma ieri è mancata la cattiveria in area di rigore. Troppi ricami, troppi passaggi “belli” ma inutili.

Quando la Juve perde palla, si espone a contropiedi pericolosi. Se ieri il Milan fosse stato più lucido, i bianconeri avrebbero potuto subire un castigo eccessivo per quanto visto in campo.

Senza una punta che detti i tempi della verticalizzazione, il calcio di Spalletti rischia di diventare un meraviglioso esercizio di stile che non porta punti.

Allegri è tornato a fare l’Allegri: ha preparato una partita di contenimento, cercando di togliere aria al palleggio della Juve. Dal mio punto di vista, però, questo Milan ha il dovere di osare di più, specialmente in casa. Giocare “per non prenderle” contro una Juve ancora in costruzione sa di occasione sprecata. Max ha riportato ordine, ma ora serve la scintilla.

Spalletti, d’altro canto, ha cercato di imporre il suo marchio di fabbrica fin dal primo minuto. Vedere la Juve muoversi in sincronia è un piacere per gli occhi, ma Luciano deve capire che Torino non è Napoli e nemmeno la Nazionale: qui il tempo è un lusso che non sempre è concesso. La sua sfida è trasformare questo possesso palla in una macchina da guerra, non in una galleria d’arte.

In conclusione: Ieri abbiamo visto due allenatori straordinari che si sono annullati a vicenda. Allegri ha vinto la battaglia tattica difensiva, Spalletti quella estetica del dominio. Ma nel calcio, alla fine, contano i gol. E ieri, a San Siro, l’unica cosa che è mancata davvero è stata la voglia di rischiare l’errore per trovare la gloria.

Un punto che serve a poco a entrambi, se non a confermare che la strada per la perfezione è ancora molto, molto lunga.

Al di là del tabellino, quello che resta di questo Milan-Juventus è la sensazione di incompiutezza. Entrambe le squadre hanno mostrato di avere le carte in regola per puntare al vertice, ma entrambe sembrano avere paura di fare l’ultimo passo verso la maturità definitiva.

Il Milan ha i lampi dei campioni ma manca di continuità nell’arco del match. La Juventus ha un’organizzazione invidiabile, ma sembra mancare di quel “killer instinct” necessario per chiudere le partite quando l’avversario barcolla.

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IL RESPIRO DEL BENTEGODI: CRONACA DI UN 1-0 DI LOTTA E SPERANZA

C’è un’aria particolare a Verona quando arriva la primavera, un mix di profumi che sanno di erba tagliata e quella tensione elettrica che solo gli stadi storici sanno trasmettere. Oggi, 19 aprile 2026, il Marcantonio Bentegodi non era solo un teatro sportivo; era un’arena dove due destini opposti cercavano un punto di ancoraggio. Da una parte il Milan di Allegri, chiamato a riscattare l’umiliante 0-3 interno contro l’Udinese; dall’altra l’Hellas Verona di Sammarco, con l’acqua alla gola e lo spettro della Serie B che si fa sempre più nitido.

Entrare allo stadio oggi significava percepire il peso del momento. Il settore ospiti, colorato di rossonero, chiedeva risposte. La curva veronese, invece, spingeva con il cuore di chi non ha più nulla da perdere.

La partita inizia su ritmi contratti. Il Milan prova a gestire il possesso, ma il Verona pressa alto, costringendo spesso i difensori rossoneri al lancio lungo. Al 2′, un brivido: lancio di Gabbia, sponda intelligente di Rabiot e tocco sotto di Pulisic per Leão, ma Montipò è monumentale nell’uscita bassa.

Il secondo tempo è stato un elogio alla sofferenza. Il Verona, spinto dalla disperazione, ha alzato il baricentro. Al 45′ (nel recupero del primo tempo) Maignan aveva già scaldato i guanti con un miracolo su Belghali, ma è nella ripresa che la pressione giallobù è diventata asfissiante.

Al 94′, dopo un salvataggio sulla linea di Valentini su tiro di Saelemaekers che avrebbe potuto chiudere i conti, l’arbitro Chiffi fischia la fine.

Il Milan espugna Verona con il minimo scarto, ma con il massimo risultato. Con questi tre punti, i rossoneri agganciano il Napoli al secondo posto a quota 66 punti, blindando di fatto la qualificazione alla prossima Champions League e preparandosi al meglio per il big match contro la Juventus. Per il Verona, invece, il buio è pesto: la retrocessione sembra ormai un destino inevitabile.

Vincere a Verona non è mai banale per il Milan (la storia lo insegna). Farlo oggi, dopo una settimana di critiche feroci, dimostra che il gruppo ha ancora anima. Non sarà stato il calcio spettacolo che molti chiedono, ma in una domenica di aprile dove i punti pesano come macigni, la solidità di Gabbia e l’intelligenza di Rabiot sono tutto ciò che conta.

Il “Duca” ha colpito ancora, e il Milan continua a sognare in alto.

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LUCI, OMBRE E GRANDI VERITÀ, MILAN UDINESE 0-3 !

Il match di ieri sera tra Milan e Udinese è stato il brusco risveglio da un sogno che non è mai iniziato davvero. Non chiamiamola solo sconfitta; chiamiamola col suo nome: disfatta.

San Siro, teatro di un crollo annunciato

C’è un silenzio particolare che cala su San Siro quando la delusione supera la rabbia. Ieri sera, contro un’ Udinese cinica, organizzata e fisicamente straripante, il Milan non ha perso solo tre punti: ha perso la faccia. E io, guardando quegli undici smarriti in campo, ho provato quella strana sensazione di vuoto che si prova quando capisci che il giocattolo si è rotto definitivamente.

L’illusione di un controllo che non c’è mai stato

L’inizio è stato il solito, frustrante copione. Un possesso palla sterile, orizzontale, una ragnatela di passaggi che non portava a nulla se non a evidenziare la mancanza cronica di idee. Mentre l’Udinese chiudeva ogni linea di passaggio con la precisione di un orologiaio, il Milan cercava la giocata individuale di un Leão ormai ombra di se stesso o l’inserimento disperato di un centrocampo senza bussola.

Il tracollo tattico e nervoso

La disfatta non è arrivata per un episodio sfortunato, ma per un’erosione lenta. Ogni ripartenza dell’Udinese sembrava un coltello nel burro. La difesa, che dovrebbe essere il bunker su cui costruire le fortune di una squadra, è apparsa lenta, deconcentrata e, quel che è peggio, rassegnata.

Vedere i bianconeri vincere ogni contrasto, arrivare per primi su ogni seconda palla e dominare fisicamente l’area di rigore è stato umiliante. Non è stata una questione di moduli, è stata una questione di fame. E ieri sera l’Udinese aveva una voragine nello stomaco, mentre il Milan sembrava già sazio di una gloria che appartiene al passato.

Ora restano le macerie. Una classifica che piange, un morale sotto i tacchi e la sensazione che serva una rivoluzione profonda, non solo tattica ma soprattutto mentale. Perché se non si ritrova l’orgoglio di sudare per questa maglia, ogni match diventerà un calvario simile a quello di ieri sera.

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UNA LOTTA PER IL TRONO DEI “NORMALI”

L’aria di Napoli ha un odore diverso quando il Milan scende al Maradona. È un profumo di elettricità, di storia che si rinnova e, questa volta, di una tensione che tagliava le gambe anche a chi, come me, osservava tutto da casa. Il 6 aprile 2026 non è stata solo una partita di calcio; è stato il momento in cui la Serie A ha ridefinito le sue gerarchie, lasciandoci in dote un 1-0 che peserà come un macigno fino a fine stagione.

Ecco come ho vissuto questa notte di passione, tattica e sorpassi.

Mentre l’Inter di quest’anno sembra correre un campionato a parte, la sfida tra Napoli e Milan era, a tutti gli effetti, la finale per il secondo posto. Arrivavamo a questa 31ª giornata con i rossoneri avanti di un soffio, ma con la sensazione che il “metodo Conte” stesse raggiungendo la sua massima espressione proprio nel momento del bisogno.

Il Maradona era una polveriera. Quell’accoglienza che solo Napoli sa regalare — un misto di amore viscerale e pressione psicologica — ha fatto da cornice a un match che prometteva scintille. E non ha tradito le attese.

Le Scelte Tattiche: Conte vs il Coraggio del Milan

Vedere le formazioni iniziali è stato il primo shock della serata. Antonio Conte ha schierato un Napoli granitico, un 3-4-2-1 che sembrava disegnato con il righello. Ma la vera sorpresa è stata la gestione dei singoli: vedere Kevin De Bruyne(sì, fa ancora strano vederlo in azzurro, ma che meraviglia) e McTominay agire dietro la punta Giovane faceva capire che il Napoli non voleva solo difendersi.

Dall’altra parte, il Milan si è presentato con un 3-5-2 solido, con la qualità di Modrić a dettare i tempi e la coppia Nkunku-Füllkrug davanti. Mi aspettavo un Milan più arrembante, invece ho visto una squadra che nel primo tempo ha giocato con una maturità quasi cinica, provando a spegnere l’entusiasmo del pubblico con un possesso palla ragionato.

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IL MILAN SCAVALCA, 3-2 CONTRO IL TORINO

C’è qualcosa nel Milan di quest’anno che non ti permette mai di staccare gli occhi dallo schermo, nel bene e nel male. Il match di ieri sera contro il Torino di D’Aversa è stato l’ennesima dimostrazione: una partita vibrante, a tratti caotica, ma che alla fine ha premiato la maggiore qualità individuale dei rossoneri, permettendo ad Allegri di scavalcare nuovamente il Napoli in classifica.

Le Mie Impressioni: Cosa ci portiamo a casa?

  • La “Solidità” Creativa di Pavlović: Vederlo segnare dalla distanza fa strano per un difensore centrale, ma Strahinja sta diventando l’anima di questa squadra. È un leader carismatico, anche se quel rigore causato nel finale ci ricorda che deve ancora limare qualche eccesso di irruenza.

  • Il centrocampo dei “Giganti”: La coppia Rabiot-Fofana ieri ha dominato fisicamente. Quando giocano con questa intensità, il Milan sembra avere una marcia in più. In particolare, vedere Rabiot tornare al gol a San Siro è un ottimo segnale per il finale di stagione.

  • L’effetto Allegri: Si vede la mano del tecnico nella gestione dei momenti difficili, ma resta il dubbio sulla gestione del vantaggio. Sul 3-1 la partita doveva essere “morta”, invece il calo di tensione finale ha rischiato di rovinare tutto. È un Milan cinico, ma che gioca pericolosamente con il fuoco.

  • L’eterno Pulisic: Anche quando non segna, Christian è ovunque. Il suo assist per Rabiot è una perla di intelligenza tattica. Senza di lui, la manovra offensiva perderebbe il 50% della sua imprevedibilità.

Il Milan vince e convince a metà, ma i tre punti sono pesantissimi. La rincorsa all’Inter (ora a -5, in attesa del loro match) continua, e la sensazione è che questo gruppo abbia finalmente trovato la quadratura mentale per restare in alto, nonostante qualche brivido di troppo.

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LAZIO MILAN, OCCASIONE SPRECATA!

La sconfitta di domenica sera all’Olimpico contro la Lazio è di quelle che tolgono il sonno, non tanto per la prestazione in sé – che nel secondo tempo c’è anche stata – quanto per l’occasione enorme che abbiamo gettato al vento.

Ecco il mio sfogo, da milanista a milanista, su una domenica da dimenticare.

Eravamo lì. Dopo la vittoria nel derby che ci aveva ridato ossigeno e speranza, sognavamo di accorciare ulteriormente. Invece, il gol di Isaksen al 26′ ha gelato ogni entusiasmo. Mentre noi restiamo fermi a quota 60 punti, l’Inter vola a +8 e il Napoli ci alita sul collo a un solo punto di distanza. Fa male, perché queste sono le partite che decidono i campionati, e noi siamo mancati nel momento del bisogno.

Inutile girarci intorno: il 3-5-2 iniziale non ha convinto. Vedere una squadra così contratta nel primo tempo mette tristezza. Ma la nota più dolente è stata l’uscita di Rafa Leão. Al 67′, nel pieno della spinta per il pareggio, Allegri lo richiama in panchina per Füllkrug. La reazione di Rafa – quei calci alle bottigliette e il rifiuto del saluto – è l’immagine della nostra serata. Possiamo discutere sulla sua continuità, ma toglierlo quando serve un lampo di genio resta una scelta che divide la tifoseria.

Non è finita, ma la strada per lo scudetto si è fatta ripidissima. Ora serve silenzio, lavoro e soprattutto ritrovare quella fame che ieri, per larghi tratti, è rimasta negli spogliatoi. Fa male vedere un ex come Daniel Maldini giocarci contro con quella grinta, ma fa ancora più male vedere il Milan non azzannare la partita.

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