News Milan

Milan, Montella: “Juve imbattibile in casa? Per la legge dei grandi numeri…”

Il tecnico rossonero alla vigilia del quarto di finale di coppa Italia con i bianconeri: “Qualche ricordo piacevole alla guida della Fiorentina ce l’ho”. Deulofeu già pronto per Torino

http://www.lastampa.it/rf/image_lowres/Pub/p4/2016/12/23/Sport/Foto/RitagliWeb/2841b83bb9f36ceac797b256414b94e4-kwmD-U11004744950525sH-1024x576@LaStampa.it.jpg

MILANO - Terzo tempo della lunga sfida tra Milan e Juventus in questa stagione. Dopo le vittorie rossonere in campionato a San Siro e Supercoppa a Doha, domani primo episodio in casa bianconera. Montella si affida alla legge dei grandi numeri e ai precedenti con la Fiorentina. Sullo sfondo dei quarti di Coppa Italia, il futuro di Niang in procinto di lasciare nuovamente il Milan.

Montella, teme l’effetto dello Juventus Stadium dove perdono tutti?
“La legge dei grandi numeri direbbe che prima o poi potrebbe succedere anche il contrario. Qualche ricordo piacevole alla guida della Fiorentina ce l’ho. Di sicuro la sorte in questo cammino di Coppa Italia non ci ha favorito rispetto all’anno scorso”.
Per ora è in vantaggio 2-0 negli scontri diretti con la squadra di Allegri in questa stagione: la rassicura?
“Mi lascia indifferente. Dovremo avere coraggio e qualcosa in più del rispetto. Servirà la concentrazione giusta perché la Juventus può cambiare tanti moduli in corsa. Mi auguro che i giocatori della Juventus siano arrabbiati per le due sconfitte stagionali con noi, così sarebbero meno lucici. Ma temo che non succederà perché sono molto equilibrati”.
Come è l’umore dopo la sconfitta col Napoli?
“La sconfitta ci ha lasciato amarezza. Ma anche la consapevolezza di aver giocato alla pari con una delle squadre che gioca un calcio tra i migliori d’Europa. A tratti abbiamo giocato con sfrontatezza. Dobbiamo portarci dietro questa mentalità. E non dobbiamo perdere la convinzione mostrata finora. Anzi, la convinzione deve crescere dopo sabato. E’ un mio compito. L’allenatore è qui apposta per lavorare sul morale. Già ieri ho visto un grandissimo allenamento. Dobbiamo crescere in malizia e scaltrezza”.
Deluso dal possibile addio di Niang sul quale lei aveva creduto molto? Si sente sconfitto da questa situazione?
“Non mi sono ancora posto questa domanda, la verità è che la società e il ragazzo stanno valutando altre opportunità. Per questo non sarà convocato per la partita, per lasciarlo decidere con serenità. La permanenza in una squadra dipende molto dalla volontà del calciatore, poi della società e dell’allenatore. Niang è sempre stato dentro il cerchio della normalità, a volte al limite, ma non ne è mai uscito. Se resterà, da parte mia avrà la massima considerazione”.
I segnali iniziali erano stati diversi.
“Il suo inizio è stato disponibilissimo. Eravamo tutti strafelici. Proverà a crescere per ottimizzare talento. Ci ha provato. Poi è regredito e si è fermato. Un po’ faccio finta di non saperlo è un po’ non lo voglio dire. Il ragazzo è estremamente sensibile. A Torino non mi è piaciuto quando è entrato in campo. Forse anche l’atteggiamento di San Siro nei suoi confronti nelle giornate negative può averlo condizionato”.
Che impressione le ha fatto Deulofeu?
“E’ un calciatore che conosco bene. Ha un talento infinito non ancora espresso completamente. Dobbiamo capire come mai. Aspettiamo il transfer (arrivato dopo la conferenza stampa, ndr), se arriva lo portiamo con noi a Torino. Può giocare sia a destra che a sinistra. Non è un vice Suso per tranquillizzare il ragazzo. Ha caratteristiche diverse”.
Nel breve periodo potrà già giocare titolare oppure  bisogno di un rodaggio più lungo?
“Devo vederlo ancora qualche giorno. Non pensavo di trovarlo così. E’ un calciatore che dobbiamo monitorare a livello fisico e di affinità con altri giocatori. Potrebbe giocare prima punta? Non è una cattiva idea”.
Avere alternative sugli esterni offensivi permetterà di riportare stabilmente Bonaventua a centrocampo dove potrebbe servire l’inventiva dell’ex atalantino?
“E’ possibile fare giocare Jack a metà campo. Ma anche gli altri centrocampisti adesso stanno facendo bene”.
Cosa pensa del parere di Ambrosini secondo il quale il Napoli di Sarri a tratti esprime un calcio migliore del Milan di Sacchi?
“Ho grande rispetto di Massimo. Ma forse questo concetto è stato un po’ enfatizzato. Il Milan di Sacchi ha influenzato il futuro del calcio italiano. E ha vinto tanto a livello internazionale. Questo Napoli invece ha vinto qualcosa in Italia con Benitez. Mi sembra un paragone lontano”.
Il Milan può ancora ambire alla Champions League?
“Dipende molto dal recupero con il Bologna. Inutile parlare di Champions adesso. Comunque, se vinciamo a Udine, avremo un punto in più rispetto all’andata. Lo dico per rispondere a chi segnala che abbiamo fatto appena 5 punti nelle ultime 5 giornate di campionato”.
Mezza Serie A rischia di essere priva di stimoli a quattro mesi dalla fine del campionato: è necessario tornare a 18 squadre?
“Visto il livello di alcune partite, il campionato a 18 squadre alimenterebbe la qualità. Mi dispiace ammetterlo perché si sminuiscono l’entusiasmo e le belle storie di squadre che hanno raggiunto la A. E’ un campionato anomalo. Ne vedremo delle belle perché squadre medie giocheranno per la vittoria anziché per il pareggio contro le grandi. E potrebbero farcela”.

Fonte: http://www.repubblica.it

 

IL MILAN SI FERMA A MARASSI

Vince il Genoa 3-0. I rossoneri, in 10 nel secondo tempo, si fermano dopo 6 risultati utili consecutivi

IMG_0387
image-252

Serata amara per i colori rossoneri. Sotto la pioggia caduta su Marassi, il Milan di Vincenzo Montella incappa nella terza sconfitta stagionale, fermando così a 6 i risultati utili consecutivi. Decidono le reti di Ninkovic in avvio, l’autogol di Kucka e, nel finale, Pavoletti. Fortunatamente tra cinque giorni si ritorna in campo con l’obiettivo di ripartire subito: a San Siro arriverà il Pescara dell’ex Massimo Oddo.

LA CRONACA
Mister Montella, come anticipato ieri in conferenza, si presenza al Marassi con qualche novità rispetto all’undici che ha superato pochi giorni fa la Juventus: dentro Poli e Honda, fuori Abate e Suso. In avvio i ritmi dei padroni di casa è altissimo, e al primo affondo il Genoa passa in vantaggio: è l’11 e il cross dalla destra di Rincon trova la girata di testa di Ninkovic che batte Donnarumma. Il gol scuote i rossoneri che provano a reagire con le conclusioni dalla distanza di Romagnoli e Bonaventura, ma in entrambi i casi la mira non è delle migliori. Montella capisce le difficoltà della squadra e passa ad un 4-4-2 in linea con Bacca al fianco di Niang. Passano pochi minuti e proprio il duo d’attacco rossonero confeziona l’occasione più importante della prima frazione: sponda del colombiano per la volèe del numero 11 con la palla che termina alta. La ripresa si apre con il Milan in avanti. Al 50′ ci prova con il destro Bonaventura, si salva Perin. Pochi minuti più tardi il fallo di Paletta su Rigoni costa il cartellino rosso al centrale rossonero. In dieci, i ragazzi di Montella ci provano ancora: palla geniale di Bonaventura per il taglio di Poli che calcia a lato. Nel finale il Milan lascia spazio alle ripartenze del Genoa, e su una di questa arriva lo sfortunato autogol di Kucka sul cross di Lazovic per rete del 2-0. All’87′ i padroni di casa trovano il 3-0 con Pavoletti. È il gol che chiude la gara.

IL TABELLINO

GENOA-MILAN 3-0

GENOA (3-4-3): Perin; Izzo, Burdisso, Munoz; Edenilson (33′st Fiamozzi), Rincon, Veloso, Laxalt; Rigoni, Simeone (22′st Pavoletti), Ninkovic (9′st Lazovic). A disp.: Lamanna, Zima, Gentiletti, Cofie, Ntcham, Ocampos, Biraschi, Orban, Pandev. All.: Juric

MILAN (4-3-3): Donnarumma; Poli, Paletta, Romagnoli, De Sciglio; Kucka, Locatelli, Bonaventura; Honda (17′st L. Adriano), Bacca (13′st Gomez), Niang (25′st Suso). A disp.: Gabriel, Plizzari, Zapata, Ely, Abate, Pasalic, Sosa, Lapadula. All.: Montella

Arbitro: Luca Banti di Livorno.
Gol: 11′ Ninkovic (G), 35′st aut. Kucka (G), 42′st Pavoletti (G).
Ammoniti: 40′ Izzo (G), 29′st Pavoletti (G), 40′st Veloso (G).
Espulso: 11′st Paletta (M)

Milan – Juventus Tutti i numeri

TUTTI I NUMERI DI MILAN-JUVENTUS

Ecco i dati statistici più interessanti sulla sfida vinta dai rossoneri grazie alla perla di Locatelli

 

Un gran gol del 18enne decide la super sfida e lancia i rossoneri a due punti da Allegri. Annullato un gol regolare a Pjanic: Rizzoli prima convalida e poi ci ripensa

Montella prepara una squadra molto difensiva, con Locatelli stopper aggiunto alla Busquets, Bonaventura e Kucka molto attenti a disturbare rispettivamente Hernanes e Pjanic e a ingolfare gli spazi centralmente. Il problema per i rossoneri è da subito Alex Sandro: Abate è solo contro di lui e tutto ciò che la Juve costruisce nel primo tempo, nasce dalla fascia sinistra, come la girata di Dybala ben parata da Donnarumma. La produzione offensiva rossonera è affidata a un sinistro di Suso (attento Buffon) e soprattutto agli strappi di Niang conditi da un paio di palle inattive. Il francese rincorre Alves a tutto campo, poi approfitta dei mancati rientri del brasiliano per ribaltare il fronte. Peccato che dalla sua parte ci sia Barzagli: saltarlo uno contro uno è come pescare il jolly da 30 metri. E succederà una volta in tutta la partita. Lo 0-0 dell’intervallo, al netto della topica arbitrale che leva a Pjanic un gol regolarissimo su punizione, non è scandaloso. Anche perché sia Bacca che Higuain non incidono. Dybala esce toccandosi il bicipite femorale dopo una mezz’ora non disprezzabile, sostituito da Cuadrado.

In questi ultimi anni di presidenza Silvio Berlusconi sognava un Milan pieno di giovani italiani. E all’ultimo Milan-Juve da presidente, il regalo più bello glielo fa Manuel Locatelli, 18 anni, alla terza da titolare in Serie A. Che dopo un inizio tremebondo, con due brutte palle perse davanti alla sua area, non si deprime mai, fino a trovare nella ripresa il gol che lo proietta definitivamente verso una grande carriera. Il Milan continua così il suo campionato sopra le attese, con l’1-0 ai danni di una Juve normale. Non è questa la squadra che viene giustamente accreditata del sesto scudetto consecutivo e di una Champions da prime 8, se non prime 4. La gara scialba di un Higuain poco e mal servito è l’emblema di due trasferte a San Siro da zero punti.

Buon Compleanno Presidente!

image

24 marzo 1986. Tre mesi dopo aver salvato la società dal fallimento, Silvio Berlusconi fa il suo ingresso ufficiale nell’azionariato del Milan. È l’inizio di una nuova epopea sportiva destinata a proiettare i colori rossoneri ai vertici del calcio mondiale. Ma per lui, per il Presidente che unendo capacità manageriali e competenza sportiva avrebbe portato in via Turati – la storica sede del Milan – sei scudetti e coppe in quantità industriale, quella data segna anche il coronamento di un sogno antico.

Certo, al momento di prendere il timone del Club e di avviarne la rifondazione, Berlusconi è ritornato con il pensiero al “suo” primo Milan, quello dei Carapellese, dei Puricelli, dei Tosolini, quello di cui si era innamorato negli anni dell’immediato dopoguerra. Si trattava di un Milan “minore”, ma agli occhi del tifoso bambino rappresentava comunque qualcosa di meraviglioso, un patrimonio di affetti da difendere strenuamente nel corso di accese discussioni con i compagni di scuola, interisti o juventini che fossero.


E poi a casa, finiti i compiti, c’era sempre il tempo di parlarne con il padre, di commentare l’ultima partita, di provare a immaginarsi la successiva: “Vedrai papà, vinceremo, dobbiamo vincere…”. Fino alla domenica, quando – finalmente – il sogno chiamato Milan poteva tradursi in realtà sul campo. Ed ecco emergere altri ricordi: il percorso fino allo stadio (l’Arena o San Siro) mano nella mano con papà, la coda davanti ai cancelli e lui, Silvio, a farsi piccolo piccolo per poter entrare con un solo biglietto in due.

I successivi novanta minuti venivano vissuti con il cuore in gola, tra gli abbracci per ogni goal dei rossoneri e lo sconforto quando le cose non giravano per il verso giusto. Ma anche in quei casi, papà Luigi sapeva trovare le parole giuste per consolarlo: “Niente paura, domenica prossima ci rifaremo”. Già, ci rifaremo… Quante volte Silvio Berlusconi avrà ripensato a quelle parole nei momenti dei grandi trionfi che hanno contraddistinto i suoi quindici anni di Presidenza: la Coppa dei Campioni a Barcellona, e poi Vienna, Tokio, Atene… Tappe di una storia di successi ottenuti anche grazie alla perfetta organizzazione societaria che ha fatto del suo Milan un modello da imitare per tutto il calcio internazionale.


“Ho sognato di vincere la Coppa dei Campioni – ha detto Berlusconi – ma ho anche immaginato in quale modo, con quale stile questa vittoria andava conquistata, al termine di quale percorso. La nostra non è stata soltanto la vittoria di una squadra di calcio, ma è stata la vittoria di quei valori in cui tutti abbiamo fortissimamente creduto: la dedizione alla causa comune, l’altruismo e la perseveranza, la capacità di sacrificio, la lealtà contro gli avversari, l’attenzione spasmodica a ogni dettaglio. Dovevamo vincere ma anche convincere. Con un gran gioco, rispettando gli avversari ed entusiasmando i nostri tifosi”.

image

L’avventura del Milan di Berlusconi è anche una storia di formidabili allenatori. Strateghi della panchina scelti dal Presidente non solo per le loro qualità tecniche, ma anche e soprattutto per la capacità di aderire pienamente alla “filosofia-Milan”, ovvero all’ambizioso progetto manageriale e organizzativo che ha fatto del club e della squadra rossonera un esempio da imitare. L’era Berlusconi risulta segnata in modo indelebile da due allenatori: Arrigo Sacchi e Fabio Capello. Entrambi votati a un calcio moderno e spettacolare, i due rappresentarono altrettante “scommesse” volute, e vinte, dal Presidente.

Quando approda al Milan, nell’estate dell’87, Sacchi non ha esperienza a livello di serie A. Silvio Berlusconi lo chiama a Milano da Parma sfidando lo scetticismo generale, con una di quelle sue famose intuizioni che ne hanno contraddistinto la carriera d’imprenditore. Mai idea si rivelò più azzeccata: Sacchi non solo porta il Milan a primeggiare in Italia, in Europa e nel mondo, conquistando due Coppe dei Campioni e due Intercontinentali, ma con i suoi schemi innovativi fortemente sostenuti dal Presidente impone a tutto il calcio italiano una svolta a 180 gradi, trasformandolo da difensivo in offensivo in omaggio alla spettacolarità del gioco. 

La scommessa su Fabio Capello è altrettanto azzardata, ma – ancora una volta – risulta vincente. Dopo quattro anni di trionfi ininterrotti sotto la guida di Sacchi, la squadra viene ritenuta ormai al capolinea dalla stampa sportiva. Ma Berlusconi non lo crede. È convinto che quel gruppo di giocatori abbia ancora molto da dare ai tifosi rossoneri e a tutto il calcio italiano. Occorrono nuovi stimoli. Il Presidente individua in Capello, che dirige i ragazzi del vivaio milanista, l’uomo giusto per mantenere la squadra ai vertici. Detto fatto.

Il Milan di Capello diventa il Milan degli “Invincibili”, si aggiudica quattro scudetti in cinque anni e raggiunge per tre volte consecutive la finale di Champions League, firmando il suo capolavoro nel 1994 ad Atene, quando stravince sul Barcellona di Cruijff. Meno votata all’offensiva rispetto a quella di Arrigo Sacchi, la squadra di Fabio Capello è imperniata su una difesa di ferro: perde per strada pochissimi punti e stabilisce il primato assoluto di imbattibilità nelle partite di campionato. Un record che rappresenta uno dei tanti fiori all’occhiello di un’epopea calcistico – imprenditoriale che non ha eguali nella storia del calcio: quella del Milan di Silvio Berlusconi.

Milan, le tappe di una crisi che dura 4 anni

L’arrivo di Mihajlovic, per ora, non ha guarito le ferite del club rossonero, bruciato dalla partenza di Pirlo, dalla girandola di allenatori in panchina, dalle cessioni illustri e non solo. Dal 2011 ad oggi, i crocevia della decadenza rossonera

  • Estate 2011. Tanti dicono che tutti i mali del Milan inizino quando i rossoneri decidono di non offrire un rinnovo pluriennale ad Andrea Pirlo. Il quale, a scadenza, firma con la Juventus. E il centrocampo del Milan, da quel giorno, perde la luce

  • Nell’estate 2011 arriva anche – ad oggi – l’ultimo trofeo conquistato dai rossoneri: la Supercoppa Italiana vinta a Pechino contro l’Inter

  • Nel febbraio 2012, con il Milan in lotta con la Juventus per lo scudetto, a San Siro va in scena il famigerato “gol fantasma” di Muntari. La Juve scappa, lo scudetto sarà bianconero

  • Gennaio 2012, altro crocevia della storia recente rossonera. Galliani apparecchia l’affare: Pato al Psg, Tevez al Milan. Poi Berlusconi (e Pato) bloccano tutto. Pato resta al Milan, Tevez qualche mese dopo firma per la Juventus

  • L’estate 2012 viene vista dai tifosi rossoneri come quella della smobilitazione: vengono ceduti al Psg Thiago Silva e Ibrahimovic, i pilastri della squadra allenata da Allegri

  • Mario Balotelli, arrivato a gennaio 2013, trascina il Milan a suon di gol e di rigori a qualificarsi per la Champions League

  • L’estate 2013 è quella del ritorno in rossonero di Kakà. Tanti buoni sentimenti e tante buone intenzioni, ma dal punto di vista tecnico non sarà un affare determinante

  • Scoppiano anche le prime frizioni all’interno della società e a novembre 2013 ad Adriano Galliani viene affiancato un altro amministratore delegato, Barbara Berlusconi. La convivenza, almeno inizialmente, non è delle migliori

  • Nel dicembre del 2013 Ariedo Braida, storico braccio destro di Galliani e astuto uomo mercato, lascia il Milan. Qualche mese dopo firmerà con il Barcellona

  • Il successivo mercato invernale vede arrivare al Milan, tra gli altri, Honda. Ma i grandi nomi, ormai, sono un ricordo lontano

  • Nel gennaio del 2014 il Milan esonera Massimiliano Allegri, il tecnico dello scudetto, dopo la sconfitta patita col Sassuolo

  • Arriva Clarence Seedorf, accolto come un eroe dal popolo milanista. Firma un contratto da due stagioni e mezzo, è l’uomo chiamato a riportare in alto il Milan

  • Equivoci tattici, giocatori non all’altezza, la debacle in Champions contro l’Atletico Madrid. Seedorf chiude male l’anno e viene esonerato

  • Non è felice nemmeno l’avventura di Filippo Inzaghi, sulla panchina rossonera per tutta la stagione 2014-2015: chiuderà al 10° posto, prima di salutare

  • Arriva Sinisa Mihajlovic, il tanto atteso sergente di ferro. Torna anche Balotelli, ciliegina di un mercato molto dispendioso: arrivano Bacca, Luiz Adriano, Bertolacci e Romagnoli

Foto Infophoto

  • Col Napoli arriva lo 0-4, la seconda sconfitta interna più pesante della stagione rossonera. Mihajlovic in difficoltà, ambiente in subbuglio. Quattro anni dopo, il Milan non esce dalla crisi

- Marco Franza – Milan Club PadovaSud -

 

Prossima Giornata

8^ GIORNATA

Data Ora Partita
Sabato 17/10 18:00 Roma Roma - Empoli Empoli
Sabato 17/10 20:45 Torino Torino - Milan Milan
Domenica 18/10 12:30 Bologna Bologna - Palermo Palermo
Domenica 18/10 15:00 Atalanta Atalanta - Carpi Carpi
Domenica 18/10 15:00 Frosinone Frosinone - Sampdoria Sampdoria
Domenica 18/10 15:00 Genoa Genoa - Chievo Chievo
Domenica 18/10 15:00 Verona Hellas Verona - Udinese Udinese
Domenica 18/10 15:00 Napoli Napoli - Fiorentina Fiorentina
Domenica 18/10 15:00 Sassuolo Sassuolo - Lazio Lazio
Domenica 18/10 20:45 Inter Inter - Juventus Juventus

Milan travolto dal Napoli (0-4). Mihajlovic in bilico, ma la colpa non è sua (come non era di Inzaghi)

Va bene il momento di crisi, va bene l’attacco privo di Balotelli, va bene anche l’avversario (il Napoli) che ha ritrovato una condizione più che buona dopo un avvio stentato. Ma che San Siro potesse diventare terreno di conquista con il Milan letteralmente distrutto era davvero difficile da pronosticare. E invece è andata proprio così, con uno 0-4 che per i rossoneri rappresenta la seconda peggior sconfitta di sempre, alle spalle di un 6-1 incassato a San Siro contro la Juventus.

Le prese in giro sono iniziate, via Internet, a partita ancora in corso: la considerazione più gettonata riguarda l’allenatore, di fede nerazzurra, che sarebbe approdato al Milan proprio per farne polpette. Bella battuta, ma non è così. Perchè Sinisa Mihajlovic, oltre a essere un professionista serio, si trova né più, né meno sull stessa urente graticola riservata negli ultimi due anni ad Allegri (esonerato alla 19esima giornata del campionato 2013/2014), Clarence Seedorf e Pippo Inzaghi. E sulla fede rossonera degli ultimi due c’è obiettivamente poco da dubitare…

Il fatto è che Mihajlovic si trova, esattamente come i suoi predecessori, a guidare una squadra costruita in modo diverso da come l’avrebbe voluta. A mettere in campo, fuori ruolo, uomini adattati in qualche modo a un modulo che alla fine risulta comunque sbagliato (proprio per la carenza degli interpreti). Basta guardare Bonaventura, che si danna l’anima a giocare da trequartista (un po’ come chiedere a Rivera di fare diga a centrocampo). La colpa non è di Mihajlovic (che ieri ha chiarito: «non mi dimetto»). I fischi che i tifosi hanno indirizzato a fine gara verso Galliani e la società nel suo complesso ci dicono che, almeno sulla sponda rossonera, le idee sulle responsabilità della situazione attuale sono piuttosto chiare.

Il Napoli non è bello: è bellissimo. Dal punto di vista estetico la migliore squadra del campionato, insieme alla Fiorentina, e forse anche leggermente meglio dei Viola. Lorenzo Insigne fa la figura di Maradona, e per quanto bravo non lo è (sia chiaro), Higuain non segna ma apre voragini nella difesa avversaria, il peggiore in campo dei partenopei è ampiamente oltre la sufficienza. Tutto questo potrebbe spiegare il 4-0 ma non è così. Perchè i quattro gol potevano essere anche di più, perchè il divario è stato ben più netto di quanto non dica il risultato.

La verità è che di fronte a un bellissimo Napoli c’era un Milan senza capo né coda, ma soprattutto costruito senza gli uomini che Mihajlovic aveva chiesto durante il calciomercato: in particolare un centrocampista difensivo, capace di arginare gli attacchi prima che prendessero d’infilata la difesa, e un playmaker in grado di innescare l’attacco. Ieri si è vista la mancanza di entrambi. Dare la colpa a Mihajlovic, e prima di lui ad Allegri, Seedorf e Inzaghi, significa semplicemente sbagliare bersaglio. Con questi uomini, e soprattutto assortiti in questo modo, farebbe fatica anche sir Alec Ferguson.